Nature Arts Technologies: pratiche teatrali e realtà estesa

Nel video firmato da David Chikadze (https://www.youtube.com/watch?v=j9GzJRZgAE8), e presentato il 24 marzo scorso a Lecce, il senso profondo di N.A.T. Nature, Arts, Technologies, è evidentissimo nella accorta sequenza di immagini che, seguendo il lavoro e le azioni del progetto sostenuto dal programma Creative Europe dell’Unione Europa, promosso e realizzato dal  Centro Italiano dell’International Theatre Unesco in partenariato con UNITER – Unione dei Teatri della Romania di Bucarest (Romania), ITI Cyprus – Centro Nazionale cipriota dell’International Theatre Institute (Cipro), HDACIS – Human Development and Culture International School della Georgia e AVR Lab – Laboratorio di Realtà Aumentata e Virtuale del Dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione dell’Università del Salento, restituisce l’impianto concettuale e artistico e soprattutto l’intreccio profondo di un’arte antichissima come il teatro con la possibilità di nuovi raffinati strumenti tecnologici come quelli connessi alla realtà virtuale e alla realtà aumentata.

Di tutto questo si è discusso a Lecce, Teatrino del Convitto Palmieri, nel corso di un incontro divulgativo organizzato dall’AVR Lab (Laboratorio di Realtà Virtuale e Aumentata) del Dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione dell’Università del Salento a conclusione del progetto e per richiamarne gli esiti sul versante della ricerca artistica e della drammaturgia teatrale come su su quello della ricerca scientifica. Presenti Carola Gatto, ricercatrice dell’Università del Salento, Roberta Quarta, Project Manager del progetto NAT, Fabio Tolledi, Direttore artistico, Lucio Tommaso De Paolis, Direttore scientifico dell’AVR Lab, Carla Petrachi, giornalista e operatrice culturale.

Sottolineano in apertura dei lavori, dopo i saluti di Luca Bandirali, Università del Salento, Carola Gatto e Roberta Quarta, “Abbiamo immaginato N.A.T. come una grande opportunità formativa interculturale per gli artisti e gli operatori nel campo delle arti performative grazie allo sviluppo di metodologie capaci di unire pratiche ecosostenibili, interventi teatrali site-specific e sperimentazioni di realtà aumentata e virtuale. È stato questo il cuore delle azioni di Ecologia Teatrale e Residenze Eco-Artistiche che hanno intrecciato i temi della sostenibilità ambientale, interculturalità e parità di genere, con l’obiettivo di incentivare la consapevolezza delle diversità e dell’ambiente”.

Avviatosi nelle prime settimane del 2025 con, tra le altre attività, il seminario “Chiari del Bosco, Femminile Plurale”, su scritture femminili e mito nel contemporaneo e gli interventi di Nadia Setti, Mary Yossi e Stefania Tarantino, il progetto dopo la call di chiamata per gli artisti e le artiste interessate, ha visto inizialmente la realizzazione di tre workshop in Romania, Sfântu Gheorghe, “Konya AdamCenter” e “Andrei Muresanu” Theatre; a Cipro, Nicosia, Kastelliotissa Medieval Hall; in Georgia, Tiblisi, “Vaso Abashidze” State New Theater; a Lecce, Italia. Quindi la fase delle residenze eco-artistiche internazionali: “Of Water and Wine” a Kalopanagiotis, Cipro, maggio 2025; “The other is me”, Sfântu Gheorghe, in Romania, giugno 2025; “Nature is us”, Salento, settembre 2025. Per concludersi con l’allestimento di una performance internazionale, “Love in times of war” incentrato sulla scrittura di Marguerite Duras, in particolare con alcuni testi tratti da “L’amante” e “La malattia della morte”, opere che “ci interrogano sulla complessità dell’esistenza, attraversando una soglia che può al contempo unire o separare ognuno di noi, che può fare amare o odiare le persone, gli uomini, le donne”.

Obiettivo del percorso, la creazione di una comunità “euromediterranea” di artisti ed operatori/operatrici nel campo delle arti performative, mettendo in campo la sviluppo di un processo organico capace di unire pratiche artistiche ecosostenibili, interventi teatrali site-specific e sperimentazioni di realtà aumentata e virtuale, in stretta relazione con le diverse comunità coinvolte nella loro dimensione interculturale.

Ecologia Teatrale, Residenze Eco-Artistiche su sostenibilità ambientale, interculturalità e parità di genere, relazione e connessione tra tecnologie di Realtà Estesa (XR)  e pratiche teatrali resa possibile dal lavoro sinergico del gruppo di ricerca diretto dal professor Lucio Tommaso De Paolis e il gruppo artistico internazionale diretto da Fabio Tolledi verso la realizzazione di performance site-specific dove scenografie digitali a cielo aperto e proiezioni su superfici naturali e di rilievo storico-artistico per valorizzare l’identità culturale dei luoghi ospitanti: ecco cosa fa di N.A.T. un progetto originalissimo nel panorama teatrale contemporaneo in attesa di nuovi, ulteriori, sviluppi.

“Sono stati due anni attraversati da esperienze molto complesse e molto profonde caratterizzate da un approccio intersezionale”, dice Roberta Quarta, “verso la realizzazione di spettacoli site specific, parola che racchiude un processo volto all’ascolto e alla cura dei luoghi, con grande attenzione verso le comunità ospitanti. Per noi ha significato una pratica artistica profondamente attenta al contesto culturale ed ecologico in cui ci siamo trovati a operare, nel tentativo di ridurre quanto più possibile anche l’impatto dell’intervento lì dove accadeva, e d’altro canto cercando di valorizzare e sensibilizzare la bellezza di quei luoghi attraverso una pratica teatrale in profonda connessione con la estrema delicatezza e grande bellezza dei luoghi”.

“Dire ecologia teatrale”, sottolinea Fabio Tolledi, “significa richiamare l’elemento dell’oikos, la casa comune, l’ambiente comune, un luogo della condivisione. Non c’è una dicotomia tra il soggetto e la natura, e d’altra parte perché quello che vediamo intorno a noi è sempre fortemente antropomorfizzato. Su questo uno dei punti di riferimento decisivi è stato il pensiero di Timothy Morton, la sua riflessione sulla poetica ambientale. Questo è un tempo in cui parliamo molto di connessione, ma sappiamo benissimo che i corpi non sono connessi tra loro, o meglio lo sono dal punto di vista dell’informazione ma non della conoscenza. Questo per noi è un passaggio decisivo: il teatro non è un lavoro individuale, è un’esperienza collettiva. Un atto collettivo tra la persona che fa e la persona che guarda: teatro si chiama il punto di incontro tra chi fa e chi guarda, tra chi fa l’azione di vedere o che canta e chi fa l’azione di guardare, di osservare. Ogni elemento, ogni apporto è decisivo nella ridefinizione di qualcosa.”

E ancora: “Questo ci porta a confrontarci in maniera costitutiva sulla questione delle tecnologie, dell’uso delle tecnologie. Quello che ci interessa non sono gli effetti, piuttosto il modo in cui le azioni, quanto accade nello spazio scenico, va verso una sorta di poesia visuale. La poesia visuale è una forma poetica molto importante che richiama, ad esempio, l’esperienza di Mallarmé in maniera decisiva e con una solidissima relazione con la tradizione poetica. È una questione che interroga l’immagine in una dimensione che possa fornire una prospettiva, una visione di cambiamento e di trasformazione”.

“Anche per noi”, fa eco Lucio De Paolis, “questo dialogo tra tecnologie e performance teatrale ha costituito un’esperienza molto intensa e generativa. Sappiamo bene come nel teatro, ad esempio, le scenografie siano digitali, possono essere cambiate velocemente, l’interazione è in tempo reale. Nel caso di Nat abbiamo sviluppato un lavoro molto accorto sui luoghi, luoghi molto particolari, aree naturalistiche, aree archeologiche, chiese abbandonate, ed è stato estremamente interessante prendere in considerazione spazi abbandonati e indagarne la natura, le matrici, integrando questo lavoro di conoscenza e restituzione con la pratica e l’azione teatrale, creando interazioni con i corpi delle attrici e degli attori in scena, intervenendo in questo modo sulla percezione dell’azione scenica”.

“Ed è questa”, riflette Carla Petrachi “quella che possiamo definire la lunga durata del teatro, l’esperienza che chi guarda vive e che modifica decisamente la relazione con i luoghi attraversati dall’azione teatrale e rende porosi i confini tra chi fa l’azione e chi guarda, in una dislocazione del gesto che è anche dislocazione e messa in gioco dello sguardo e del corpo di chi guarda”.

“La realtà”, proprio come sottolinea Fabio Tolledi, “è continuamente perturbante, soprattutto se si vogliono usare parole differenti da quelle che la cultura della guerra richiama”.