Vito Minoia nella Casa Circondariale di Pesaro in Lettere dal carcere (Premio Casa Natale Antonio Gramsci di Ales). Ph di Franco Deriu.

“Quando nel 1996, grazie al decisivo apporto di Claudio Meldolesi, ho fondato con Emilio Pozzi all’Università di Urbino la Rivista Europea Catarsi, teatri delle diversità, per raccogliere e far circolare notizie su iniziative che vedevano nel teatro, nella sua ampia accezione, uno strumento di formazione e comunicazione, nei, per e dai mondi considerati “differenti”, il nostro scopo era farci eco di un lavoro scientifico allora disperso, che cercava di identificare i metodi che aprono le strade dell’inclusione, per una cultura della convivenza, con pari dignità”.

Inizia così il racconto di Vito Minoia, Direttore artistico del Teatro Universitario Aenigma, aderente all’ITI Italia, Presidente del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, su una delle esperienze più interessanti teatrali, sociali e culturali maturate in Italia negli ultimi decenni.
Esperienza che si consolida e rafforza ulteriormente grazie al recente rinnovo per un nuovo triennio del Protocollo di Intesa per la Promozione del Teatro in carcere in Italia, nel cui ambito si terrà la tredicesima edizione della Giornata nazionale del teatro e della danza in carcere in concomitanza con il World Theatre Day e l’International Dance Day promossi in stretta collaborazione con l’ITI Italia.

“Grazie ad un approfondito lavoro di ricerca sulla scena reclusa giungemmo nel 2009 alla pubblicazione di Recito, dunque so(g)no, dedicato proprio a Meldolesi, «atleta del cuore e della mente», come lo definì Giuliano Scabia in quel volume.  Era una mappa delle molteplici esperienze di teatro in carcere in Italia, a distanza di quasi 30 anni dalle prime sperimentazioni riconosciute. Quella “g” inserita quasi con violenza in mezzo alla parola “sono” rimandava ad una doppia dimensione del nostro lavoro: la realtà e la fantasia, l’evasione dalla triste quotidianità, il filo rosso di un percorso che, mentre raccoglieva opinioni ed esperienze di anni di lavoro nel carcere, innalzando il vessillo del teatro, al tempo stesso rifletteva su un mondo conosciuto male, a volte rifiutato, altre volte volutamente ignorato. “Essere” e “sognare”: sognare per essere. Il teatro come chiave di lettura per decodificare sentimenti e ragioni, rompere tabù, mettere a nudo ipocrisie ed egoismi. La recita è una metafora, una maschera che sa diventare “nuda”.  Il libro, concentrandosi sui luoghi di ordinaria carcerazione in Italia, ha raccolto contributi di vari protagonisti, i registi delle trenta esperienze teatrali in quel momento più longeve e significative, ma anche le testimonianze di persone recluse o di operatori sociali e penitenziari, che entrano ogni giorno in contatto con il carcere: tutti hanno espresso liberamente il loro pensiero, aiutandoci a riflettere su una realtà complessa”.

Dopo la pubblicazione dell’opera e l’incontro nel 2009 a Cartoceto tra i promotori delle diverse esperienze documentate nel volume, nel gennaio 2011 nasce a Urbania (PU) il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere. Dalle 12 dodici compagnie teatrali di allora, oggi se ne contano cinquantotto aderenti da quattordici Regioni italiane. Lo sviluppo intenso di un tessuto di esperienze diversificate tra loro, condotte da uomini e donne del teatro italiano, che oggi consente di fare riferimento ad un percorso maturo del teatro in carcere con operatori teatrali, studiosi, intellettuali, critici che hanno fatto sistema, producendo un corpus teorico condiviso e molteplice.
“Sì, proprio così. La via italiana del coordinamento fra le esperienze è considerata oggi una buona pratica a livello internazionale ed ha aperto le porte al lavoro dell’International Network Theatre in Prison (https://www.theatreinprison.org/). Importante è stata il 26 marzo 2019 la celebrazione, a cura del Teatro Universitario Aenigma, della cinquantasettesima edizione della Giornata Mondiale del Teatro nella Casa Circondariale di Pesaro, quando una delegazione guidata da Tobias Biancone (direttore generale ITI-Unesco), Fabio Tolledi (Vicepresidente ITI Word Wide e Presidente del Centro Italiano) e Carlos Celdran (drammaturgo cubano, autore del messaggio per il World Theatre Day 2019), rinunciando alla cerimonia consueta presso il quartier generale dell’Unesco di Parigi, ha chiesto di realizzare l’evento in Italia, aderendo a un momento di studio e di confronto in apertura della Sesta Giornata Nazionale del Teatro in Carcere in Italia, con il coinvolgimento sull’intero territorio nazionale di  64 istituti penitenziari e contesti per la Giustizia minorile (oltre a 66 altre istituzioni tra enti locali, università, teatri, scuole) in 16 Regioni italiane per un totale di 103 eventi in 16 Regioni. Ricordo ancora le parole di Tobias Biancone quel giorno: il rispetto è un valore per le comunità teatrali di tutto il mondo […], un valore altrettanto importante per la vita di ciascuno, per voi e per me. Il rispetto è un sentimento di profonda ammirazione per qualcuno, generato dalle abilità, dalle qualità e dai risultati raggiunti”.  

Possibile tracciare un bilancio delle attività del Coordinamento italiano?
“Nei suoi tredici anni di attività ha perseguito gli obiettivi originari, concentrandosi su creazione e valorizzazione di metodi d’intervento, stili, linguaggi inediti. È nato un tipo di teatro fondato sull’ascolto dei luoghi in cui opera, sulle biografie delle persone, sulla reinvenzione continua dei linguaggi della scena, con i limiti delle strutture e delle condizioni eccezionali in cui si agisce. Spesso proprio questi limiti si sono rivelati una risorsa, portando allo sviluppo di forme teatrali originali, fra tradizione e sperimentazione. Un teatro che privilegia la scrittura scenica, sia quando affronta testi o autori classici, sia quando procede attraverso forme di autodrammaturgia. 
Nei diversi contesti si è perseguita questa ricerca in forme fra loro differenti: dalle case circondariali (dove è più complesso garantire continuità ad una compagnia) alle case di reclusione, dagli istituti femminili ai minorili, fino alle strutture psichiatrico-giudiziarie (oggi R.E.M.S. – Residenze per le Misure di Sicurezza) è stata coniugata l’utilità delle attività laboratoriali con la creazione di un teatro di valore artistico e comunicativo. La “diversità” di queste esperienze rispetto al teatro istituzionalizzato si configura come una vera e propria condizione genetica che consente di delineare un ambito, una zona pratica della scena contemporanea, ricca d’implicazioni culturali, sociali e civili”.

Condizione genetica costituita essenzialmente da quali snodi?
“Si è originata una pratica fatta di metodi artigianali e laboratoriali, ricca di ricadute sociali: nella dinamica fra il “dentro” e il “fuori” del carcere, con gli spettacoli nelle strutture carcerarie e poi nei teatri ufficiali ma anche con l’opportunità per gli ex detenuti (sia pure ancora una minoranza) di continuare i mestieri del teatro dopo la reclusione. In questo senso il teatro in carcere ha costruito “ponti” con i territori, praticando l’idea di un teatro d’arte a favore delle comunità. Non a caso adotta tecniche e riferimenti che guardano alle avanguardie artistiche del Novecento, utilizzando in modo innovativo, attraverso l’invenzione della regia, lo spazio, il movimento, l’improvvisazione, il gesto vocale e corporeo. Un teatro che utilizza linguaggi nei quali le culture e le lingue possano incrociarsi, creando nuove alchimie sceniche. Un’esperienza creativa insieme popolare e di elevata qualità artistica.

E questo nonostante le condizioni di vita molto spesso al limite, non ultime le questioni legate al sovraffollamento?
“Il sistema carcerario è da lungo tempo al centro di una drammatica “emergenza educativa” (sovraffollamento, carenza di personale, incremento del tasso dei suicidi, sia tra le persone recluse sia tra il personale penitenziario, rischio di un ritorno a un’idea non rieducativa, ma punitiva della pena), eppure il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere è riuscito a essere un luogo di confronto e di espansione per il movimento sorto all’interno delle carceri italiane. Ha favorito la crescita qualitativa e quantitativa del teatro in carcere (alla quale hanno contribuito anche alcune esperienze di coordinamento regionale), assolvendo una serie di funzioni: informazione e comunicazione, censimento e monitoraggio, documentazione, organizzazione di momenti pubblici di confronto e scambio (tra tutti la Rassegna nazionale di teatro in carcere Destini Incrociati). Non secondaria è stata l’attenzione rivolta ai temi della formazione e della relazione e cooperazione con le istituzioni”.

Dopo il convegno “La drammaturgia penitenziaria”, organizzato dall’Istituto Superiore di Studi Penitenziari a Roma nel 2012, si è aperta una nuova fase nei rapporti tra il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, e il 18 settembre 2013 è stato sottoscritto un primo Protocollo d’Intesa, per potenziare la promozione delle attività teatrali in carcere.
“L’iniziativa suggerì ai responsabili della formazione del personale penitenziario l’idea di comporre in modo organico, all’interno del sistema penitenziario, aree di interesse culturale per costruire occasioni di reinserimento sociale.
Nel 2016 il Protocollo d’Intesa è stato rinnovato per un Triennio, con l’adesione dell’Università Roma Tre; il 17 novembre 2017 aderisce anche il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità con un’Appendice Operativa sottoscritta a Roma in occasione della Quarta Rassegna Nazionale di Teatro in Carcere Destini Incrociati. Il 5 giugno 2019 un nuovo Protocollo triennale sottoscritto dai quattro contraenti apre le porte ad una fase progettuale congiunta, rinnovata con una ulteriore sottoscrizione triennale dell’Accordo il 3 maggio 2022 a Roma. E siamo ovviamente felici di essere approdati al quarto rinnovo per il periodo 2026-2028 (https://www.teatrocarcere.it/rinnovato-il-protocollo-dintesa-con-il-ministero-della-giustizia-dap-e-dgmc-e-luniversita-roma-tre-per-un-nuovo-triennio-2026-2028/)”.

Il che non elude la questione fondamentale: la carenza di investimenti destinati a favorire in modo continuativo le attività teatrali e culturali negli ambiti penitenziari.
“Certamente la coesione sociale e la crescita stessa delle comunità potrebbe essere molto favorita da investimento mirati. Occorrerebbe far convergere interessi di sviluppo tra tutti gli attori del settore pubblico e privato (le istituzioni, le organizzazioni del Terzo Settore, le associazioni di imprenditori e datori di lavoro…) situati in ciascun territorio nel quale sia presente un carcere. Progetti a lungo termine potrebbero favorire il reinserimento di ex detenuti e detenute, in particolare minorenni (come attori/attrici o tecnici), nel tessuto sociale dei contesti interessati.
L’auspicio è che il lavoro del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere possa essere considerato esempio importante di politica culturale, che coordina ed unisce forze, cercando di dare dignità ad un intero sistema. Le progettazioni sono molto migliorate nel corso degli ultimi 15 anni, così come la qualità artistica e il numero degli ingressi degli spettatori in carcere (o degli spettacoli rappresentati nei circuiti artistici, uscendo dai penitenziari): è cresciuta l’organizzazione insieme ad una estetica del teatro in carcere e certamente questo ha segnato un cambiamento positivo sia nelle carceri che nel teatro italiano”.